|
Come
definisci la tua professione?
Credo che ogni persona abbia in sé tutte le potenzialità per
vivere una vita felice e sana (che sono due cose che vanno di
pari passo), ma molti faticano a riconoscerle perché… non hanno
la mappa! Io cerco di essere colui che dà una mano a leggere la
propria mappa. Più pedestremente la mia posizione potrebbe
essere definita così: un tizio, da sotto il trampolino della
piscina, sta a guardare gli altri che si tuffano e si divertono,
ma lui ha timore di fare altrettanto… magari decide di provarci,
sale anche sul trampolino, ma al momento cruciale viene assalito
dalla paura e non riesce a decidere di tuffarsi. Io allora sono
quello che gli dà una spallata (nel senso buono della parola), e
lo aiuta a fare il grande passo. Questo grande passo per alcuni
è “solo” superare una paura, per altri è guarire dalla sclerosi
multipla, per altri è far pace con se stessi o con il prossimo,
con il governo, con Dio.
Cosa significa
Mèntore Olistico?
Méntore è la figura incarnata da Virgilio allorché conduce Dante
per i tre regni: inferno, purgatorio e paradiso. Egli non si
pone propriamente come un Maestro con la M maiuscola, perché
comunque è Dante che scriverà la Divina Commedia, però è la
persona tramite la quale Dante riesce a portare a termine
l’impresa. Potremmo definirlo una guida, un amico che ti prende
per mano e ti aiuta a saltare il fosso nel momento in cui ti
sembra che lo sforzo sia eccessivo per le tue possibilità (in
quanto, se così non fosse, lo salteresti da solo).
“Olistico” è la sintesi dell’appartenenza a un tutto. Io ritengo
che noi, tutti, siamo cellule di un corpo che chiamiamo
“universo” e pertanto il nostro benessere non può essere
disgiunto da un equilibrio cosmico. Ciò vale anche per il nostro
organismo: il nostro corpo non può essere felice o star bene se
una parte di esso sta male; anche se abbiamo un solo dito del
piede che duole, ne risultiamo invariabilmente condizionati!
Tutto il nostro essere interagisce, dal sistema corpo-mente
all’umore, per cui io ritengo che sia assolutamente necessario
prendere le cose non dal particolare, cioè dal dito del piede
che duole, ma considerare tutto il sistema: organismo, psiche,
emozioni, ecc. Questa è più o meno la mia idea del termine “olistico”.
Anche prima di avere i mezzi per svolgere quest’attività,
avvertivo comunque l’istinto a farlo. Non avevo ancora appreso
tecniche propedeutiche, eppure sentivo già la passione
dell’ascoltare i problemi della gente e - magari - provare a
dare addirittura qualche dritta, anche se sulla carta non ero in
grado di farlo… ho sempre avvertito bisogno di armonia, di pace,
anche in tempi in cui mi occupavo di altre cose.
Tanti anni fa ho cominciato (per caso, come spesso succede) ad
avvicinarmi al reiki e tutto è partito da lì. Io sono convinto
che il reiki sia un seme che viene piantato nel cuore di una
persona e dopo un po’ comincia a germogliare. Così è stato per
me come per tanta gente che ho “iniziato”: a distanza di qualche
mese, un anno, due anni si comincia ad avvertire un cambiamento
evolutivo...
“Cambiare”… nel senso di assumere una forma di spiritualità
diversa, virare verso ideologie più elevate, un po’ meno legate
al denaro, alla competizione sociale, al benessere inteso come
guadagno o all’apparire… andare verso concetti legati
all’armonia, al fatto che io posso esser felice solo che anche
gli altri lo sono! Credo non sia possibile star bene se i miei
circostanti soffrono. Questo è un principio proclamato da
buddisti, cristiani, comunisti…
Il reiki mi ha instillato questo seme, che poi alla lunga è
cresciuto e, un po’ per caso un po’ per volontà, mi sono messo a
studiare una tecnica e poi applicarla, poi apprenderne una
seconda e aggiungerla, poi una terza e così via.
Ho portato avanti quest’attività in sordina fino a quando non ho
avuto i titoli per svolgerla compiutamente da tutti i punti di
vista. In altre parti del mondo è più semplice; qui è piuttosto
complicato e soprattutto il nostro è un contesto infestato da
incompetenti e da profittatori, i quali strombazzano etica e
deontologia inseguendo in realtà null’altro che il lucro. Così
c’è il rischio di essere confusi (sia a livello
fiscal-burocratico, sia dal punto di vista dell’efficacia di ciò
che si fa). Inutile negare che ho visto tanti maneggioni che…
Insomma, ho aspettato di avere tutte le carte in regola ed ho
iniziato a farlo full-time... il che significa anche di notte,
sabato e domenica, perché se ti occupi del benessere delle
persone non puoi dire: “No, io la domenica non lavoro”… se c’è
uno che sta male, vai fuori anche la notte, ovviamente… e a
Natale…
Cosa fa
esattamente un méntore olistico? Quando una persona viene da te
con un problema...
Dipende da che tipo è: se è una persona aperta, disponibile al
dialogo e soprattutto sincera il percorso risulta
significativamente più semplice e rapido. Ma le bugie sono
comuni, specie all’inizio; non per cattiva volontà, ma perché
molto spesso le persone, di primo acchito, tendono a sottacere
cose particolarmente intime... si tengono un po’ abbottonate
finché non ci si rilassa. Certo, l’ideale sarebbe chiacchierare
e scoprire il più velocemente possibile quali sono le VERE
radici delle problematiche fisiche e/o emotive… Nella pratica è
raro che si riesca a farlo in fretta: penso a quello che fanno
gli psicoterapeuti…, infatti, una classica terapia psicanalitica
(anche a causa delle ragnatele che ricoprono storicamente i suoi
strumenti…) richiede comunemente un sacco di tempo perché prima
che le persone si aprono davvero… Io, allora, invece che far
raccontare alle persone tutta la loro storia, utilizzo tecniche
che permettono di sondarle bypassando l’emisfero cerebrale
sinistro, cioè quella parte razionale che è in grado di mentire.
Riuscendo a stabilire una comunicazione con l’emisfero destro,
invece, si riescono ad intuire le problematiche molto prima e
ciò permette di non creare dipendenza. Già, perché quando le
persone “convivono” troppo a lungo con un farmaco, un’erba, un
decotto, un feticcio, un cristallo, una candela, un terapeuta…
insomma con qualsiasi cosa che – vero o falso che sia - li aiuta
a star bene, vi si attaccano e in questo modo si creano
dipendenze. E v’è il pericolo che sorgano convinzioni
pericolose: “Non starò mai bene senza questa cosa (o questa
persona); da solo non ce la faccio”. Questo è un grosso problema
per chi svolge un’attività affine alla mia (anche psicologi,
ecc.), ed è importante fare il possibile al fine di evitare tale
rischio.
Le tue cure
sostituiscono quelle proposte dalla medicina tradizionale?
La medicina allopatica è
stata, e continua ad essere, una benedizione per l’umanità,
naturalmente. Nonostante i suoi limiti e le sue rigidità, essa
non va assolutamente demonizzata. Però è un fatto innegabile che
troppa gente, in quel campo (anche a causa di ragioni storiche,
pubblicitarie, corporativistiche, economiche, ecc.) ha un
atteggiamento manicheo. Tutto può avere una sua utilità, purché
sia corretta la collocazione. Un farmaco di sintesi in alcuni
casi è indispensabile, un intervento chirurgico alle volte è
indispensabile, un’amputazione può rivelarsi indispensabile.
D’altra parte, cionondimeno, spesso io constato che a volte si
può guarire definitivamente anche con altre tecniche (per
esempio quelle che applico io, ma non solo). E magari evitando
effetti collaterali o traumi. Perché io sono assolutamente
convinto che i problemi derivino dall’atteggiamento, dal modo di
pensare, di giudicare, di osservare. Che non siano gli agenti
esterni (microrganismi, ecc.) ad aggredirci e a vincerci, ma che
è l’esercito personale del nostro corpo (solitamente pronto a
tutto e capace di tutto) che improvvisamente si arrende
agl’invasori. Ed allora la domanda fondamentale è: perché?!
Magari perché le forze dell’esercito nemico sono preponderanti
(ed allora ci sarebbe bisogno di un aiuto esterno, un farmaco od
altro), magari perché il proprio esercito è demotivato, o è
stanco; magari perché si trova in uno stato d’animo particolare
(un’euforia, una tristezza, una paura, un’ansia) … Quando il
nostro esercito non è efficiente… ebbene, allora aiutarsi con
una sostanza chimica non è indispensabile. Se si riesce a
rimuovere il motivo di quest’obnubilamento mentale od emotivo
dei soldati, probabilmente essi torneranno ad essere in grado di
combattere e vincere la battaglia senza bisogno di assumere
“mercenari esterni” che combattano in loro vece.
Comunque una
terapia non esclude l’altra… o sì?
Una terapia non esclude mai l’altra. Occorre solamente prestare
attenzione alla questione del feticcio di cui ho parlato poc’anzi.
Io ho pazienti che considero assolutamente guariti, eppure essi
continuano a prendere farmaci perché il medico continua a dire
loro: “Riduciamo, riduciamo, riduciamo… ma comunque non
smettiamo, perché..”. Dal mio personale punto di vista questo
non è sano: è assodato che i farmaci hanno effetti esaltanti
sotto certi aspetti ma conservano molti punti interrogativi… e
anche sotto l’aspetto emotivo - come dicevo prima - dopo un po’
si crea l’idea che tu non ce la farai senza quella roba lì;
ricordo una persona, diabetica ed insulino-dipendente da molti
anni che, dopo alcune sedute, si è accorta autoanalizzandosi
quotidianamente che non aveva più bisogno di iniettarsi
l’insulina. Ciononostante non riusciva a smettere, anche se i
risultati evidenziavano clamorosamente una guarigione totale. Le
ci è voluto un bel po’ (di tempo e di coraggio) prima che
riuscisse a smettere di continuare a propinarsi l’insulina,
perché erano anni che tutti i giorni, diverse volte al giorno
“si faceva la punturina” ed era diventato assolutamente un
“drogato”! Gestualmente, psicologicamente, emotivamente. I suoi
occhi leggevano, sì, sullo schermo valori normali, però il suo
bambino interiore era paralizzato dalla paura. C’è voluto del
bello e del buono prima che ci riuscisse! Tornando alla tua
domanda tengo a sottolineare, però, che a volte tutte le
tecniche del mondo non valgono quanto una buona parola, detta al
momento giusto. Questo si evidenzia dalle persone che si
rivolgono a me tramite il mio sito internet (http://digilander.libero.it/brunocolombino
– ndr) e con le quali, anche per problemi logistici, non ho
contatti in persona ma solamente telefonici o, addirittura,
epistolari. Eppure si conseguono risultati eclatanti anche
“solo” interloquendo a voce o per iscritto… per la verità, devo
confessare che anche qui un po’ di tecnica non guasta, eh?…
Che tipo di
persone si rivolgono a te?
Ahimè, spesso, i disperati, almeno in questo contesto storico…
la grande maggioranza sono persone che hanno gia fatto la
chemioterapia per un cancro, oppure che prendono da anni
psicofarmaci di vario tipo per una depressione, alcuni
asseriscono di aver già provato di tutto, non pochi sono andati
anche all’estero, cercando di scovare cure particolari per i
loro malanni… e poi vengono da me! Per questo me ne dolgo:
perché incontro persone che ormai per anni hanno permesso che un
problema si radicasse profondamente; come già diceva Ovidio
(vissuto un bel po’ di tempo fa, eh?!…) “Da quanto più tempo si
è radicato un male, più ci vuol tempo a guarire; se tu prendi
provvedimenti celermente, fai in fretta anche a riacquistare la
normalità”. Purtroppo è tendenza diffusa il fatto di considerare
la cosiddetta “medicina alternativa” come l’ultima spiaggia. Ciò
fa sì che si presentino a me persone afflitte da molto tempo da
un male il quale nel frattempo si è anche aggravato, ha assunto
complicanze varie ed oltre a ciò, magari, dette persone hanno
subìto alterazioni farmacologiche, effetti collaterali,
operazioni chirurgiche, irradiazioni, ecc., e di conseguenza
hanno delle complicazioni abbastanza importanti per cui,
sovente, i miglioramenti conseguiti qui vengono reputati una
specie di miracolo!
Le tue
pratiche prevedono un certo tipo di religiosità o sono
totalmente slegate dalla fede religiosa?
Dovrò spiegare quello che io ritengo essere “religiosità… La mia
idea di religiosità è sentirsi parte di un tutto, di essere una
cellula di un organismo vivente con la sua unicità, con la sua
storia, con la sua esclusività, ma comunque non avulsa da tutto
il resto… del resto l’uomo è un animale sociale. Esso non sta
bene da solo, “il suo bisogno di contatto è naturale come
l’istinto della fame” (Giorgio Gaber). L’uomo si crea i luoghi
propedeutici, le discoteche, le chiese… certo, esistono eremiti,
ma si tratta di persone rare e molto speciali. La normalità
prevede che noi umani ci si aggreghi; siamo felici quando
abbiamo delle persone intorno che la pensano come noi… ci sono i
tifosi da stadio, c’è il bisogno di appartenenza a un club, ad
una congregazione, ad un partito, ad una fede religiosa…
Proviamo una sorta di godimento nel sentirci sicuri all’interno
di un luogo - anche onirico, anche virtuale – formato da persone
che la pensano come noi. Forse il sentirsi parte di un gruppo
che la pensa come te è tranquillizzante nel senso che non devi
stare così tanto all’erta… del resto gli erbivori in natura
fanno gruppo per questo motivo, tutto sommato, no? Ebbene,
questo concetto del sentirsi una goccia di un oceano… è
esattamente questo, che io intendo per religiosità. Non intendo
la fede in Allah piuttosto che in Jahvè. Non credo in un essere
superiore che in un qualche modo:
a) programma
gli avvenimenti
b) magari sta alla finestre e guarda come funzionano le cose
c) ci giudicherà quando sarà ora
d) procura le vergini per i tizi che si fanno esplodere…
e) organizza eventi atmosferici anche su richiesta (preghiere,
riti, sacrifici, offerte…)
Certo che le mie pratiche, le mie teorie (che a volte discuto
nell’àmbito delle mie sedute) funzionano meglio in presenza di
un ideologia possibilista. Ogni tanto ho qualche persona che
crede (o si autoipnotizza e crede di credere) di essere solo al
mondo. “Chi se ne frega, degli altri? Quando sono morto è finito
tutto! Carpe diem!” Ecco, questo modo di pensare sì, che osta
alle guarigioni! Perché se ti senti da solo su un’isola deserta…
beh, effettivamente non c’è ragione perché tu stia bene, non
serve a niente, non c’è un obiettivo, o meglio non v’è un
obiettivo condiviso. Mia convinzione incrollabile è che ogni
persona, io per primo, può e deve essere utile agli altri. E
questo progetto di utilità agli altri - che può essere grande o
piccolo - è una delle chiavi dell’esistenza, per me.
C’è stato un
caso in cui hai ottenuto un risultato che ha lasciato sbalordito
anche te?
Tanti! Specialmente all’inizio: tu studi una tecnica che
prevede, che so, di toccare una persona sul ginocchio al fine di
lenire la sua emicrania. Tu, mentre la studi, sei perplesso…
(mah, sarà mai possibile?…), l’istruttore ti dice: “Il punto è
questo, prova!” però nessuno, in quel frangente, ha il mal di
testa… ragion per cui tu l’apprendi in teoria e ti tieni la
perplessità. Quando poi una persona viene da te con l’emicrania
e tu tocchi quel punto sul ginocchio e passa il mal di testa…
Wow! Certo, in teoria lo sapevi, ma quando succede davvero… le
prime volte ti appare veramente miracoloso. Questo avviene, per
esempio, utilizzando la kinesiologia, tecnica nella quale gli
accadimenti sono repentini! Vi sono collegamenti elettrici nel
corpo: toccando un punto, risponde un altro, magari molto
lontano. Nella terapia del dolore si sollecitano punti che
apparentemente non hanno niente a che fare l’uno con l’altro,
eppure succedono delle cose che hanno del miracoloso anche per
la rapidità con cui si verificano. La stessa cosa succede anche
durante l’applicazione di altre tecniche (io ne ho studiate – e
ne applico – alcune dozzine, a seconda delle situazioni e del
tipo psicologico della persona che mi si presenta). Alcune
tecniche sortono effetti rapidissimi, altre sono più lente ma
più durevoli nel tempo, altre servono per stabilizzare una
situazione, altre per rimuovere traumi o preconcetti insani. Il
reiki, per esempio, per me rappresenta innanzitutto una
strategia evolutiva – come ho già spiegato prima – ma alcuni
sono attirati, in primis, dagli aspetti più immediatamente
visibili dei suoi effetti: “Prendo il reiki, così tutte le volte
che mi taglio, o mio figlio si scotta con il ferro da stiro,
risolvo la situazione!”… Ebbene, è un fatto innegabile che sulle
ferite, sui tagli, sulle scottature, sui traumi quasi quotidiani
il reiki è miracoloso! Due anni fa mia figlia fu bruciata da una
medusa, ed appena tornata a riva il bagnino e tutti i
circostanti, nel vederla, si preoccuparono molto: l’incidente
sembrava a tutti piuttosto grave, si doveva chiamare il 118,
l’ammoniaca… Fino ad allora, io non avevo mai trattato una
bruciatura di medusa, però… ci appartammo per un’oretta, sotto
l’ombrellone, lei ed io… ed il giorno dopo non aveva più niente!
Il bagnino non ci credeva, insinuò addirittura che avessi due
figlie gemelle e che intendessimo burlarci di lui!… ”Non è
possibile! – disse – per queste cose ci vogliono normalmente due
settimane! Io ne vedo tutti i giorni…” insomma: sì, accadono
cose che… ecco, talvolta sorprendono anche me.
E invece un
caso divertente (o peculiare)?
Anche questo ha un che di miracoloso. Una persona che è venuta
da me - da una città lontana tra l’altro - con una radiografia
che evidenziava alcune metastasi nel fegato, le quali erano
state segnalate con un pennarello rosso dal suo medico. Io,
essendo fermamente convinto che l’insorgenza del cancro è
causata da motivi psicologici ed emotivi, ho cominciato a farle
discorsi, analizzare ed applicare tecniche specifiche che
aiutano a far venire a galla emozioni e sentimenti insabbiati… è
venuto fuori un trauma che lei aveva rimosso, non lo ricordava
nemmeno più; un trauma per lei talmente grande e anche
vergognoso, al punto che lei non era mai riuscita a dirlo a
nessuno! Dopo alcune ore ha avuto una crisi di pianto
irrefrenabile! Beh, qualche giorno dopo è riandata a fare le
lastre e non c’erano più le metastasi…. Una vera scoperta, nel
senso che anche in quei casi son cose che studi e che sai, ma
quando poi si avverano… ti senti utile, ecco. Non è orgoglio, il
mio: non penso sia merito mio… Non è questo… Io penso solamente
di dare la spinta affinché la persona imbocchi la via che la
porterà alla guarigione. Certo ci sono anche persone che
sembrano essere predestinate… ricordo una paziente che mi riferì
di esser stata dimessa dall’ospedale in quanto non sapevano più
cosa fare (pare soffrisse d’una malattia sconosciuta). Lei non
mangiava più, non si alzava più dal letto… L’ho vista due, tre
volte, le ho prescritto una vibrazione anacamptica (fonoterapia)
e poi non l’ho più sentita. Temevo il peggio, invece non solo
non accadde ciò che paventavo, ma dopo qualche anno la rividi –
per caso, a passeggio) e dichiarò d’esser guarita! In seguito,
le insorse un tumore all’utero e allora mi recai nuovamente da
lei. Si trovava ancora una volta in circostanze gravi, camminava
a fatica, aveva il ventre gonfio come fosse sul punto di
partorire… Seguii lo stesso percorso terapeutico: qualche seduta
e poi… il suo angoscioso silenzio! Dopo qualche mese, però, mi
telefonò comunicandomi che le si stava sgonfiando l’addome e i
medici, pur non riuscendo a capacitarsene, ne erano contenti…
Non molto tempo fa ho ricevuto tristi notizie dal suo compagno:
è morta a causa di un’emorragia! È caduta in casa, sola, e
quando l’hanno rinvenuta, dopo ore, era già spirata. Questo mi
ha dato l’impressione che questa persona dovesse morire… come
avesse una nuvoletta nera sopra il capo! La prima volta
l’avevamo, come si suol dire, “presa per i capelli”; nella
seconda era in via di guarigione; e visto che stava guarendo il
fato è intervenuto … Mah, detto così pare ch’io creda allo
spiritismo, al malocchio e alle fatture… Non è questo, però
sembra quasi una specie di sorte maligna ed ineluttabile.
Ricordi la famosa favola, ripresa anche da Roberto Vecchioni in
una canzone, di Samarcanda?
Sappiamo che
hai elaborato una tua tecnica di guarigione che utilizzi in via
esclusiva. Potresti spiegarci come funziona?
Le notizie volano, eh?...
Potrei spiegarla nei particolari, ma ciò richiederebbe che voi
foste contemporaneamente dei musicisti, degli studiosi di
acustica e dei kinesiologi. Ci proverò ugualmente. Il suono è
una sensazione umana ed animale; di per sé in natura non esiste
alcun suono, come non esiste alcun colore, ma esistono solo
velocità di vibrazioni ed addensamenti di atomi i quali
definiscono la materia solida, liquida e gassosa. Tutto quello
che “è” ha una sua vibrazione, sennò non esisterebbe, come ha
ipotizzato Albert Einstein postulando che qualora si riuscisse a
portare alla temperatura dello zero assoluto (273,15 gradi
centigradi….) un oggetto, questa cosa smetterebbe di esistere in
quanto si arresterebbe in essa qualsiasi vibrazione. Detto
questo, posto che quest’esperimento non è mai stato portato a
termine per impossibilità tecnica, questa intuizione ipotizza
che le vibrazioni di ogni cosa (vivente o meno, materia, corpi,
pensieri, luce, energia, ecc.), possano essere modificate. Gli
stati alterati (malati) di un corpo fisico sono effetto di una
vibrazione non congeniale, non naturale, non perfetta; sia gli
stati psichici che quelli di natura organica, che peraltro per
me coincidono. Esiste un fenomeno, che in acustica si chiama
eufonìa, che prevede che un oggetto sottoposto ad una vibrazione
la assecondi (sempreché abbia le caratteristiche fisiche per
poterlo fare) ponendosi a vibrare alla stessa frequenza.
Chiunque può sperimentarlo: ponete due chitarre (accordate) a
tre metri di distanza; pizzicando la corda di una delle due, la
stessa corda dell’altra chitarra si mette a vibrare. Questo
accade perché le molecole che vibrano ad una certa frequenza
trasmettono le vibrazioni alle molecole dell’aria e queste, a
loro volta, le trasmettono alla corda dell’altra chitarra.
Orbene, la mia teoria, formulata tanti anni or sono, è che il
fenomeno eufonico può essere utilizzato terapeuticamente. In
parole molto semplici; se il tuo fegato ha problemi, è perché le
vibrazioni delle sue cellule sono alterate (a causa dei più
svariati motivi, non importa); potremo provare a fargli
“ascoltare” un suono che abbia la sua vibrazione congeniale, la
sua vibrazione primigenia; tramite la kinesiologia si può
chiedere al corpo qual è la vibrazione primigenia (sana) e, una
volta stabilita la risposta con un apparecchio di mia invenzione
(una sorta di oscilloscopio, per intenderci), “somministrare” in
termini acustici al fegato una vibrazione che lo riequilibrerà
per eufonìa. In natura non esiste la possibilità di sottoporsi a
una vibrazione di - poniamo - 447 Hertz per un quarto d’ora, o
per due ore e mezzo, con una forma d’onda specifica… Io creo una
nota di questo genere - su indicazioni del corpo di questa
persona (più precisamente del suo emisfero destro, della sua
“sala macchine”, insomma) e somministrando questa vibrazione ad
intervalli regolari, ho riscontrato - ormai da anni - risultati
indubbi, sia sul piano psichico che organico. Preciso che la
somministrazione non avviene necessariamente a livello auditivo:
noi siamo abituati a pensare che i suoni vanno ascoltati con le
orecchie, ma in realtà le vibrazioni sono moti fisici, e ciò
significa che può essere anche che sia preferibile applicare una
cuffia al fegato, ad una coscia od al “terzo chakra” onde far sì
che questa vibrazione “scuota” le cellule momentaneamente in
crisi anche senza che le orecchie intervengano in alcun modo
Sei religioso?
Credo che tutti siamo religiosi, chi più, chi meno e chi in
maniera “differente”… certo non ritengo sia evolutivo affidarsi
ad un Dio con la barba che è buono o cattivo a seconda delle
situazioni, oppure che sia un giudice, un papà, un amico, un
fratello, oppure che ti organizza un’orgia con le vergini (sempreché
se ne trovino ancora…) se fai la bravata di farti esplodere su
un pullman pieno di bambini, oppure… beh, potremmo andare avanti
per ore… Io non dico che coloro i quali hanno fede in queste
cose siano dei deficienti, per carità; però ritengo che molte
religioni siano nate dal bisogno dell’uomo di avere un
“ombrello” contro le intemperie che si chiamano paura, ansietà,
senso di vuoto interiore e di impotenza. Ed ormai esse risultano
così incarnate nella nostra società che forse non possiamo più
evitare di prenderne atto. Prova ne sia il fatto che tutte le
religioni, presto o tardi, s’intrecciano con la politica, il
potere, la pecunia. Secondo me, sarebbe il caso di chiedersi
come mai, per esempio, migliaia di anni fa qualcuno ha sentito
il bisogno di dire agli altri: “Non mangiate la carne di
porco!”… oppure: “Non desiderare la donna d’altri!”…
Probabilmente ci sono delle ragioni più etiche, più storiche (o
più di convenienza), che non veramente religiose. A mio modo di
vedere, “religione” è un’altra cosa: sento che siamo gocce di
luce che percorrono un cammino di ritorno al sole assoluto – Dio
– dal quale ci siamo staccati, forse per fare esperienza…
chissà? Il discorso sarebbe un po’ lungo… però… Dio siamo noi,
nella nostra unità! Unità che ora non c’è (e si vede!…) ma, non
a caso, siamo qui che cerchiamo di crearla! Fra migliaia di anni
(e forse ce ne vorranno ancora migliaia), quando sarà l’unione
completa tra le nostre anime, non sarà più necessario sostenere
esami, su questa terra o su altre, per imparare delle cose e per
abbandonarne altre: e allora sarà il “paradiso”! Ma, come ha
detto il Buddha: “Il paradiso sarà tale quando tutti saremo là”…
Non è come in una gara nella quale vince chi arriva primo, ma è
come in una gita il cui senso è veramente compiuto quando è
arrivato anche l’ultimo. Ed in questo caso quello che ha i mezzi
per arrivare primo, invece di tagliare il traguardo… torna
indietro per aiutare gli altri, finché sono arrivati tutti; solo
allora, con un passo sublime, taglieremo il traguardo tutti
insieme. È questo, che io chiamo “religiosità”!
Hai parlato di
Jainismo, potresti spiegarci cos’è e in cosa consiste?
Proprio in questi giorni i tragici sconvolgimenti sociali che si
stanno verificando in Birmania stanno dando visibilità ai monaci
jainisti, tra gli altri fieri e indomiti combattenti nella
non-violenza: nei – pur scarsi – documenti filmati che ci
giungono da quella regione, si possono osservare vari monaci che
portano una pezzuola bianca dinanzi alla bocca. Il Jainismo,
infatti, prevede l’assoluta intenzione di evitare di arrecare
danno a qualsiasi forma di vita, anche perché postula fermamente
il concetto di reincarnazione, per cui una zanzara che tu uccidi
potrebbe essere tuo padre che momentaneamente si è reincarnato…
Tra l’altro questa è una storia che tira in ballo anche la
moderna fisica quantistica, perché noi riteniamo che siano
relativamente poche le anime esistenti. Molte meno degli
abitanti del mondo che conosciamo, senza contare gli altri
mondi, gli altri universi e le altre forme esistenziali...
Questo ci porta a pensare che ciascuno di noi stia facendo
diverse esperienze contemporaneamente, su diversi piani
dell’esistenza.
Il Jainismo, comunque, non venera alcun Dio; crede
nell’autodeterminazione di ogni uomo e nella coscienza
individuale. Vi sono circa 12 milioni adepti (la maggioranza si
trova in India, ma ve ne sono molti, per esempio, anche negli
Stati Uniti… chissà cosa ne pensa Bush?…). I monaci, in
particolare, fanno voto di tenere come sacri tre principi
fondamentali:
• Non mentire
mai
• Non arrecare danno ad alcun essere vivente
• Praticare la castità
In India i
seguaci di questo credo sono veramente intransigenti (agli occhi
d’un occidentale): molti, come ho detto poc’anzi, portano una
mascherina davanti alla bocca per evitare di respirare i batteri
(non per paura, ma per non ucciderli); nell’incedere, spazzano
il terreno innanzi con un’apposita scopettina, prima di posare
il piede, onde evitare di calpestare insetti od altri esseri
viventi; non viaggiano dal tramonto all’alba (al buio si può
correre il rischio di calpestare inavvertitamente qualcosa di
vivo…; vestono esclusivamente di bianco e, di più, le persone
più elevate vivono assolutamente nude e non posseggono altro che
la suddetta scopettina ed una ciotola; tralasciano di nutrirsi
di alcun alimento che possa contenere la vita, per esempio i
germogli, i tuberi, le patate, l’aglio. È evidente che alcune di
queste pratiche paiono veramente estreme, dal nostro punto di
vista… insomma, sembra una vita grama, eh?… Probabilmente in
India è un poco più semplice (qui non credo sia possibile vivere
secondo questo tipo di abitudini), però il mio tentativo di
vivere all’occidentale pur perseguendo l’obiettivo di non recare
danno ad altri esseri viventi, sta riuscendo. La prima scelta è
un’alimentazione vegana, vale a dire non solo non nutrirsi di
“cadaveri”, ma neanche di prodotti di animali sfruttati (tipo,
miele, uova, latte e derivati…). E neppure utilizzare lana,
seta, pelli, cuoio…
Molti Jainisti, in oriente, ricoprono importanti cariche
pubbliche e private (in politica, dirigenze, revisione dei
conti, presidenze di società e di banche, ecc.), in quanto è
opinione diffusa che coloro i quali vivono secondo i precetti
succitati siano persone assolutamente affidabili e degne di
manovrare le leve del potere secondo regole etiche e socialmente
armoniose e giuste… magari, da noi, si verificasse la stessa
cosa!…
Non vi sono Dei da adorare, nel Jainismo: solo rappresentazioni
iconoclastiche elle passioni e delle compulsioni umane. E ciò
vale anche per i demoni, naturalmente.
Il demonio è ciò che contrasta il progetto d’armonia universale
(Ahimsa, in sanscrito) di cui parlavo. “Diavolo” (“diaballus”
nel greco antico) ha il significato di “separazione”. Quindi
l’esatto contrario di comunità, di armonia, di unione… Il
concetto di separazione è quello che ci tiene incatenati alla
terra: “Siamo tante cose diverse; se io posso ti darò una mano,
ma se sono in crisi o se sono in pericolo…abbi pazienza... mi
salvo io! Tu, infine, sei un’altra cosa da me!”… Questo
principio è negativo per tutto il mondo; è razzismo a tutti i
livelli: nel momento in cui ci attaccano gli alieni, verdi,
lucertolosi e maligni, noi siamo umanità solidale, tutti uniti;
allora ci aggreghiamo, il nemico comune ci dà il senso di avere
una bandiera… ma se non ci sono gli alieni, allora… aspetta un
attimo: io sono europeo, tu sei americano, tu sei africano,
siamo diversi!… E non è finita: siamo europei, sì, ma… aspetta
un attimo: lui è norvegese, tu sei inglese, non ti lavi… io sono
italiano, suono il mandolino e sono simpatico… E poi, certo,
siamo tutti italiani, ma… aspetta un attimo: io sono del nord e
tu sei del sud, vuoi mettere?… Siamo del nord? Già, ma io sono
piemontese e tu sei lombardo… Siamo tutti piemontesi, qui? Eh,
ma io sono di Torino, il capoluogo, tu sei di Chivasso, un
provinciale, scusa, neh?!… Finalmente siam tutti di Torino? Sì,
ma io abito alla Crocetta, mentre tu abiti alla Falchera, vuoi
mettere? Siamo tutti della Crocetta!… Dello stesso palazzo!
Uffa, ma non capisci? Io abito al 4° piano e tu abiti al 1°,
abbi pazienza, il 4° piano costa il doppio!… Siamo tutti del 4°
piano, anzi: siamo tutti una famiglia, ma io sono il padre,
mentre tu sei una donna, sia chiaro ch’io ti rispetto (anche
perché è eticamente corretto), ma nel momento in cui ci sono
delle decisioni importanti da prendere… quelle le prendo io, tu
sei una donna: certe cose non le capisci!… Si fa così anche con
i figli, no? Questo è il “diavolo”, per me: il concetto di
separazione, che contrasta con il concetto che dice: la goccia
di luce (“anima”?) che sta ognuno di noi è uguale. Poi uno si è
incarnato in un truzzo, l’altro si è incarnato in una scimmia,
l’altro si è incarnato in una lumaca, l’altro ancora nel Mahatma
Gandhi… però, comunque, la goccia di energia che c’è dentro ogni
corpo fisico è sempre una goccia di energia. Un essere divino
che ha il compito ed il destino di inseguire la felicità
suprema; cioè tornare a far parte di Dio. Tornando al Jainismo
ed al postulato che la divinità risieda nell’uomo stesso, trovo
significativa la corrispondenza (pur se con alcune non
indifferenti discrepanze) con il credo satanista, che
attribuisce a ciascun’anima la propria personale responsabilità
spirituale, senza bisogno dell’emanazione di un dio che svolga
anche le funzioni di un’entità giudicante – teologica o meno - .
Però sono convinto che ci sia molta letteratura fuorviante.
Eticamente parlando, nell’esegesi della Bibbia, Lucifero ha
fatto esplodere il “cielo” in cui ci trovavamo, al fine di
buttar fuori queste gocce di energia, che ora stanno cercando di
tornare lassù; ed esse, per riuscirci, devono necessariamente
liberarsi delle zavorre che il nostro mondo ha caricato loro.
Recentemente
sei diventato monaco, potresti spiegarci cosa significa
diventarlo, esserlo e anche cosa significa precisamente per te
“monaco”?
È vero che solo recentemente l’ho rivelato, ma lo sono già da
qualche anno. Sono diventato monaco Jainista. La non-violenza,
per me, è, più che un’opinione, un sentimento che coinvolge le
mie azioni ed i miei pensieri, oltreché il mio modo di concepire
la vita, la mia visione del mondo, i miei acquisti, la mia
alimentazione. Questo è un principio assolutamente incrollabile
per me (sono vegetariano da 40anni ed ora vegano). Il precetto
più impegnativo è quello di dire sempre la verità. La castità,
invece, è quello che incuriosisce maggiormente il mio prossimo.
Si tratta, com’è intuibile, di raggiungere una sorta di
rigenerazione psico-fisica delle energie che abitualmente ti
tengono legato alla terra; se riesci a non utilizzarle in quanto
tali, ti portano più in alto. Cito ad esempio il digiuno: di per
sé, apparentemente, non significa molto (a parte la
purificazione – fisica e mentale -, certo), ma se ci si “slega”
dalle cose terrene… ebbene, cominci a sperimentare stati più
sottili. Essere monaco prevede da parte mia, nel mio intimo,
nella mia solitudine, alcune scelte, alcuni riti, alcune ore
dedicate agli altri, magari a trattare la sofferenza nel mondo
invece che dormire e gozzovigliare inseguendo i miei egoismi. Ci
tengo a dire, infine, che abbiamo ottimi predecessori, eh?
Gandhi era della nostra parrocchia! Su Hitler, purtroppo, non ho
referenze…
In riferimento
al lavoro che fai, ti hanno mai dato del “truffatore”, da quando
eserciti questa professione?
No, anche se è successo che alcune persone mi contattassero con
aspettative diverse rispetto a quello che io potevo offrire loro
(e di conseguenza, in alcuni casi, non le ho viste più; non me
lo hanno detto chiaramente, ma in pratica è come se mi avessero
fatto capire che non era quello che si aspettavano). Non molto
tempo fa una donna rumena mi ha telefonato, su consiglio di un
amico, chiamandomi “dottore” e quando è stata qui (aveva una
schiena in condizioni rigidissime), ho visto che mi guardava in
maniera strana. Evidentemente, ho poi realizzato, lei si
aspettava un medico più “classico” di me. Sono intervenuto
delicatamente, come sempre è raccomandabile fare quando si
approccia un paziente in quelle condizioni per la prima volta,
(consapevole che se avessi esagerato le avrei fatto più male che
bene) e mi sono riservato nella seconda seduta di intervenire
più profondamente… sennonché lei, la volta successiva… non si è
presentata! Credo di aver capito che lei si aspettasse un’altra
figura professionale, forse l’ho delusa…
Cosa significa
fare il “guaritore” al giorno d’oggi?
Significa far capire alle persone quello che ormai a parole
sembra abbiano capito un po’ tutti, ma che in realtà i più
faticano a digerire… Persino in televisione si sente dire che i
fondamenti della nostra salute psico-fisica sono una buona
nutrizione, il benessere, la felicità; e che invece lo stress,
l’infelicità, le paure sono la causa dei nostri mali più
diffusi. Si dice, certo!… Poi, nella vita di tutti i giorni,
queste nozioni non si applicano affatto. Io vedo persone che
predicano l’importanza di una corretta alimentazione, che
bisogna fare attenzione a quello che compri… e poi vanno al
supermercato e comprano i peperoni fuori stagione, che arrivano
da chissà dove, il che significa che:
a) non hanno
valide caratteristiche organolettiche, cioè non sono buoni… Ma
questo sarebbe il meno!
b) non hanno caratteristiche di contenuto, in quanto sono
raccolti verdi e messi in un capannone con atmosfera modificata
e hanno fatto un viaggio lunghissimo e sono anche eticamente
scorretti da un punto di vista energetico poiché un frutto fuori
stagione che viene programmato in Israele, raccolto immaturo,
caricato su un aereo e portato qui ha consumato e inquinato in
modo inimmaginabile!
Per questo
motivo, io mi occupo anche di nutrizione. Troppi seguono il loro
stomaco come se esso fosse il loro padrone e scordano che il
cibo è innanzitutto un combustibile (ed in quanto tale dev’essere
ottimale) e solo successivamente devono essere presi in
considerazione il gusto e le preparazioni appetitose…
La gente comincia a sapere queste cose ma non le applica e lo
stesso si può asserire di tutte le cose che riguardano la salute
ed il benessere… Non amo parlare di “malattia”: preferisco
parlare di “salute”. Non è lo stato alterato che mi interessa: è
lo stato di… – “felicità” è una parola grossa... - di
equilibrio.
Gli squilibri possono essere – apparentemente - di varia natura,
ma a mio modo di vedere si possono riassumere nell’arrendersi
del corpo a degli stress, cioè a degli eventi inaspettati
(invasioni di microrganismi, iper – o ipo - tensioni muscolari,
paure, ansie, sensi di colpa, livori, rabbie… secondo me la
stragrande maggioranza dei problemi umani sono dovuti a queste
cose. Tuttavia, io non mi considero solamente un guaritore,
anche se molte volte – conseguentemente a ciò che faccio - la
mia opera ha l’effetto di un miglioramento delle condizioni di
salute della persona di cui mi occupo…
Tu approcci una persona che ha un problema fisico o mentale e
tenti di riportarla in una situazione di equilibrio e di
normalità, cioè in una condizione in cui può essere felice.
Sì, ma non tutte le persone che vengono da me hanno un
malessere. Alcuni hanno semplicemente la voglia, il bisogno di
evolversi e non sanno bene quale sia la strada migliore da
percorrere. Però avvertono questa spinta. Anche alcuni di quelli
che hanno un malessere sentono quest’impulso, ma sono obnubilati
dal malessere stesso. Se hai mal di denti, il resto sembra meno
importante!… Però, in realtà, noto che il problema molto spesso
è un alibi: vi sono persone che vengono da me perché hanno un
orzaiolo, un callo… Uso anch’io una parabola: hai litigato con
tuo padre, vi siete riattaccati bruscamente il telefono, per una
settimana non vi siete più parlati e poi lui, improvvisamente,
ha avuto un arresto cardiaco. Tu senti questo senso di tristezza
perché non hai potuto dirgli che, nonostante tutto, gli volevi
bene; sei andato a trovarlo in ospedale, ma lui era già in coma
e tu non sei riuscito a chiedergli perdono… Così, ora ti senti
in colpa. Orbene, la kinesiologia afferma (e la mia esperienza
conferma) che questo senso di colpa indebolisce la milza e
alcuni muscoli collegati, per esempio i tibiali (che sono i
muscoli che formano il polpaccio). La debolezza di questi
muscoli provoca il disallineamento dei piedi, per cui tu cominci
a camminare con i piedi intraruotati verso l’interno… Ovvio che
ti venga un callo, no? E così tu vieni da me per il callo.
Sarebbe assolutamente inconcludente e stupido che io ti curassi
il callo, perché tanto ti tornerebbe, continuando a camminare
così, non è vero? Infatti il problema non è il callo: il
problema è la debolezza dei muscoli tibiali, che ha origine da
un malfunzionamento della milza, il che deriva da una sorta di
senso di colpa che tu hai nei confronti di tuo padre e che
dovresti risolvere. È chiaro?
Certo che è un percorso un po’ difficile… confrontato al gesto
di prendere una limetta e togliere il callo! Però l’unico
percorso risolutivo è cercare di affrancarsi dal senso di colpa
e di perdonarsi per quello che si è fatto (o non si è fatto). In
questo senso può sembrare ch’io possa far le veci di un
guaritore: ed è vero, che cerco di far sparire il tuo callo, ma
non intervenendo su di esso! Quel callo è la conseguenza di uno
sfregamento innaturale cui il tuo corpo ha cercato,
mirabilmente, di porre rimedio ispessendo la cute con un
accumulo “anomalo” di cellule epiteliali… voglio far notare che,
dal mio punto di vista, quel callo è un capolavoro della
sapienza del nostro corpo! E noi lo consideriamo un fastidio!…
Con ciò, sia chiaro, non intendo escludere l’eventualità di
effettuare un intervento di emergenza: magari se hai un dolore
lancinante, una nevralgia ricorrente, un’ulcera, dei calcoli
renali… Nei casi in cui il dolore è forte esistono interventi
d’urgenza che è logico effettuare, in quanto se un problema ti
impedisce di lavorare o di dormire c’è bisogno di intervenire a
tampone, ma non è questo che bisogna fare in assoluto, poiché
queste tecniche – senz’altro utili, come i farmaci - non
risolvono il problema alla radice. Così, sempreché me ne si dia
occasione, io cerco di risolvere il problema in toto. C’è chi,
una volta guarito il callo, non desidera niente di più; ed è
giusto rispettare questa scelta. Però, normalmente, succede che
se io faccio un intervento tampone - per riprendere l’esempio di
prima – ed il callo scompare, la persona si accontenta e il
percorso non si completa. Ergo… dopo un po’ il callo ritorna:
“Quello là non ha fatto bene il suo lavoro, ho di nuovo il
callo!”… Ed ecco: non è servito a niente! È un problema di
evoluzione personale: certe cose si possono già spiegare ad un
bimbo di 5 anni, a un ragazzo di 15 anni si può spiegare ben
altro, a un uomo di 25 anni si può spiegare altro ancora e forse
a 50 ancora di più; non si può pretendere di spiegare a un cane,
a parole, che non dovrebbe fare la pipì dappertutto in casa:
bisogna parlare una lingua che lui comprenda (qualcuno dice che
sono le sberle, quella lingua, qualcuno ha altri sistemi...).
Non si può dirgli: ” Fox, ascolta un po’: non devi fare…” Fox
non capisce! Occorre parlare la sua lingua, è chiaro! Anche con
le persone è la stessa cosa: vi sono persone che hanno bisogno
di “sberle” e altre che hanno bisogno di cinismo, logica, anche
di rilassamento, comprensione, compassione, apprezzamento… una
su tre, delle persone che si sdraiano su quel lettino che stai
vedendo, ci si addormentano! Questo è chiarificatore, secondo il
mio punto di vista: se uno viene qua e si addormenta vuol dire
che ha bisogno di rilassarsi, se va a casa e non si addormenta
perché si mette a fare qualche altra cosa e… forse, a volte,
basterebbe prendersi del tempo, no?
Sei in
contatto o collabori con altre persone che svolgono attività
simili alla tua?
Alcune, sì. Mi interessa molto confrontarmi con essi, sia dal
punto di vista delle tecniche sia da quello del modo di pensare.
E poi c’è anche un altro motivo: ho riscontrato che alcuni
disturbi, nelle persone, appaiono in maniera simultanea. Per
esempio, mi accorgo che in un certo giorno molti accusino lo
stesso malessere. Anche 10, 20 persone hanno mal di testa (o
tachicardia, o altro) nello stesso periodo. Questo è veramente
sorprendente, a pensarci bene! Chissà, ciò potrebbe dipendere
dalle cause più svariate (eruzioni solari, pressione
atmosferica, ecc.). E sarebbe interessante svolgere ricerche in
merito. Per questo, ho bisogno di interagire con altri che, come
me, abbiano il polso della situazione su un campione di persone
che sia il più ampio possibile, anche logisticamente.
Da quando
eserciti questa professione, è cambiata la tua vita? E in cosa
Eccome, se è cambiata, la mia vita! Intanto ingrasso, perché non
esco più di casa… Scherzi a parte, la vita è stata stravolta dal
fatto che io, ora, penso in termini assolutistici; vi sono
argomenti che, benché costituiscano punti fondamentali della
società in cui viviamo, per me, oramai, rivestono un’importanza
praticamente nulla: il guadagno, il sopravanzare gli altri in
maniera da trarne vantaggio, il mentire acciocché la
socializzazione sia più scorrevole, il “mors tua vita mea”,
l’apparire benestante, talentuoso e baciato dalla fortuna e dal
successo… Ma sai quant’è più bella la vita quando dici sempre la
verità? Gli altri, dopo un po’, se ne accorgono e non dubitano
più di te: sono tanti anni che nessuno mi dice più: ”Ma dai, non
ci credo…” oppure: ”Non è vero, quello che dici!”… La gente si
fida: evidentemente sente che, se io so, dico; se non so, dico:
“Non so!”… E questo, mi par di riscontrare, è abbastanza raro:
un sacco di persone sa sempre tutto! In realtà le opinioni
imperanti null’altro sono che idee preconcette, molto spesso:
non sani e liberi pensieri o vere culture. Inoltre mi sento più
in pace con il mondo. Nella mia vita io ho svolto attività
disparate e l’attuale, ai miei occhi, è un punto di arrivo, non
è un arrabattarmi allo scopo di fare qualche soldo in modo
diverso. Al contrario, è quello che ho sempre cercato: la
possibilità di aiutare le persone a stare meglio! Per il mio
sistema di credenza, non c’è niente di così appagante come il
poter ogni sera riflettere su che cosa si è fatto durante la
giornata, e – spesso – poter rispondere: “Ho aiutato qualche
raggio di sole ad entrare in qualche casa buia; così ora è un
po’ più luminosa.” Lungi dal creder d’essere il sole (il sole è
lassù…), io magari schiudo solamente un po’ le imposte. Non
penso di aver chissà quali meriti o facoltà sovrumane, per
carità… però è un fatto che se nessuno apre le imposte, il sole
non entra; le persone mi chiedono – consapevolmente o meno - di
aprir per loro qualche finestra e io, la sera, mi dico: “Guarda,
ho aperto due o tre finestre, oggi, e queste persone hanno un
po’ più di sole! Questa è veramente una sensazione
indescrivibile! Per me, non c’è nessun’attività che dia
altrettanta soddisfazione, amore, tranquillità personale, pace
interiore, serenità… forse, felicità.
Questo è quello che io ritengo abbia proprio cambiato la mia
vita, e questo è ciò che mi sento dire dalle persone che conosco
da tanto tempo; di conseguenza dev’essere vero, perché gli altri
ti vedono cambiare; tu non ti accorgi di crescere, invece gli
altri lo notano. E le persone che mi conoscono da anni, dicono
ch’io sia diventato più sereno, più tranquillo, meno sensibile
ai problemi della vita… ragion per cui giudico che l’aver avuto
la ventura di imboccare questa strada sia una cosa meravigliosa.
Una fortuna della quale cerco di essere degno, restituendo –
magari con gl’interessi - al mondo ciò ch’esso m’ha dato.
Vahana abhaya
(è il mio nuovo nome in sanscrito, e significa: “colui che
libera dalla paura”)
|