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Il Gennaio del 2000 se ben ricordo, non era iniziato male, anzi. Era una bella giornata
solatìa, e decisi di andare ad arrampicare in provincia di Belluno con Manuela la mia compagna. Partimmo presto calcolando che il sole sarebbe presto calato dietro le montagne della Valle di
Schievenin, dove il Tegorzo, spumeggiante e violento fra salti di roccia e ampi slarghi scava profondo il suo letto prima di donarsi interamente al Piave. Calcolammo anche che il sentiero che conduceva all'attacco delle ripide e levigate pareti gialle delle "Placche del sole" era lungo e scosceso e che ci avrebbe certamente derubato di una buona mezz'ora della nostra attività
arrampicatoria, mettendo a dura prova il nostro miocardio per tutta la durata dell'avvicinamento.
Non vedevamo l'ora di ritornare in quei luoghi impervi, non tanto per un'inutile smania di conquista; ma piuttosto per riassaporare
l'ebrezza della "sospensione" nel vuoto vitale ed incontenibile come la gioia dei bambini, o di quell'istante puro e violento di panico, che precede la certezza solida dell'appiglio successivo. Poi la mente... avvertibile finalmente in ogni gesto in ogni respiro in ogni intenzione, proprio come una preghiera alla Messa solenne della notte di
Natale. Dopo aver dato una scorsa alla guida, che ci indicava il grado di difficoltà di ogni settore, decidemmo di arrampicare nel settore più
solatìo, e pertanto ci avviammo lungo uno stretto camminamento che costeggiava l'immane muraglia.
Alla base di un'ardito spigolo di difficoltà medio-alta, deponemmo i sacchi con l'attrezzatura. Lentamente ci spogliammo degli abiti più ingombranti per far apparire sulla nostra figura quelli più tecnici e leggeri adatti alla salita.
Ma mentre indossavamo le imbracature e con attenzione particolare le fissavamo strette ai fianchi, con le speciali fibbie e fettucce, dalla sinistra dell'affilato spigolo apparve sul sentiero aderente la parete un'esile figurina dal volto semplice e gentile di ragazzina. Si avvicinò e sempre sorridendo ci salutò con una vocina che sembrava un trillo di campanello:
- Ciao!...
- Ciao!- Rispondemmo quasi all'unisono io e la Manu. E scambiammo con quel strano folletto una serie di larghi sorrisi, alla moda di chi va per monti, senza peraltro distoglierci da ciò che stavamo facendo.
- Bella giornata oggi, vero?...- riprese.
- Sì, fà molto caldo qui a sud della parete, sembra quasi
primavera
..le risposi con cortesia, pensando che il suo fosse un tentativo maldestro come spesso accade fra arrampicatori di attaccar bottone per far quattro
chiacchiere sui successi personali, sui tratti più difficili di quella o quell'altra via, magari fatta da primo con "Tizio" o con "Caio" di sicuro nomi importanti di arrampicatori che di solito si concedono solo ai "più", snobbando i poveri ed anonimi "meno"; che per di più sono quelli che ci rimettono pure la pelle.
Guardai e osservai attentamente i lineamenti esili del corpo, che rivelava i tratti tipici di chi arrampica. I pantaloni tecnici da arrampicata non erano nuovi, anzi, avevano sui rinforzi all'altezza delle ginocchia i segni tipici dello sfregamento contro le asperità della parete...Immediatamente capii che non era una pivella in cerca di emozioni a buon mercato.
- Sei qui da sola?...E i tuoi compagni dove sono? Non ho incontrato nessuno sul sentiero.- Le domandai, cercando di capire qualcosa di più. Rimasi però un po' male per la sua reazione, perchè prima di rispondermi il suo volto gentile e disteso si irrigidì per un istante, e per lo stesso tempo gl'occhi neri e grandi si abbassarono sotto la frangetta da maschio che sfiorava le sopracciglie folte cercando sicurezza fra le radici nodose dei pini sempreverdi.
-...Una volta avevo un compagno...ora, ora arrampico con chi mi capita. A volte salgo anche con i miei fratelli; ma loro non si fidano a farmi tirare da primo, sono dei maschilisti! Sono ancora convinti che le donne in montagna portino sfiga...-
E si mise a ridere coprendo con la mano i denti bianchi come la neve.
Ridevamo anche io e Manuela, sollevati quasi, perchè il ghiaccio era rotto! Non sopporto le tensioni, non sopporto le situazioni di imbarazzo. L'imbarazzo è mancanza di spontaneità, e le persone non spontanee non fanno fluire le loro energie. Sono rigide ed irrigidiscono chi stà a loro vicino. In alpinismo e in arrampicata, la rigidità e la paralisi sono spesso fatali...Ed io le ho sempre temute e combattute...
- Probabilmente sono protettivi nei tuoi riguardi. Forse pensano in questo modo perchè hanno paura che tu ti possa ferire. Ma come mai non arrampichi più con quel tuo compagno?- Insistetti, senza curiosità particolare, o come direbbero i nostri cugini d'oltralpe "pour parler".
- E' morto!- Rispose socchiudendo gl'occhi come per mettere a fuoco - ...la montagna, l'ha portato via! Era lui e Michele, il suo amico preferito...che però si è salvato...-
- Dove è successo? - Le chiesi con un filo di voce, rosso in viso.
- In Val Montanaia...sul Campanile...-
Immediatamente mi affiorarono alla mente i ricordi di quei lugubri canti di montagna tanto cari agl'alpinisti di un tempo "Sul Campanil de la Val
Montanaia, v'è la me moross, v'è la me cross..." ovvero: "Sul Campanile della Val Montanaia c'è la mia ragazza e c'è la mia tomba...".
Percepii, la sua malinconia, che si era dipinta anche sul volto della sempre sorridente
Manu, che ora però mi guardava
preoccupata prima della salita. Ultimai il mio nodo Savoia ripassato, lo controllai ben benino, gettai un'ultimo sguardo in alto verso la sosta sicura, fatta di catena di acciaio e chiodi francesi
"Petzl" infissi col trapano e provai un certo sollievo, affondai le mani una dopo l'altra nel sacchetto di magnesio e soffiai sulle dita per toglierne l'eccesso, una fine nuvola candida si sollevò immediatamente, guardai per prima la Manu che era già pronta per farmi "la sicura", poi guardai lo scricciolo dai grandi occhi
- Se vuoi puoi fare un "tiro" con noi...-
Le sparai a bruciapelo. Il suo volto le si illuminò, e staccate le spalle dal tronco del pino dove lei si era appoggiata con un guizzo vitale rispose
-...Grazie!...-
- Bene!- ripresi - Io mi chiamo Mirco, e lei è Manuela...E tu? hai un nome?-
- Sì...Viola...mi chiamo Viola!-
Da allora diventammo amici. Ci frequentavamo nelle falesie e sui monti, e naturalmente spesso era ospite a casa nostra. Passavamo le sere a raccontarci...Si, a raccontarci di noi e della montagna e a poco a poco conoscendoci meglio, cominciai anche a parlare di Maghi e di Magia, di Tarocchi di Ermete
Trimegisto, di Gurdijeff, Crowley, De Guaita e tanto e tanto ancora. Lei mi guardava interessatissima e a volte esprimeva le sue opinini ed esperienze.
Fu in una di queste serate che mi chiese di leggerle le "carte". Acconsentii, preparai lo studio dove mi ritiravo e mi ritiro tutt'ora per meditare sulle
"mantiche"; accesi una candela rituale e bruciai tre grani di incenso dopo aver incendiato il carbone nel piccolo braciere. Feci il tutto con confidenza senza eccessi di enfasi, dopodichè ci sedemmo uno di fronte all'altro ed estrassi dalla mia scatola di legno il mio mazzo di
"settantotto lame". Dopo aver mescolato il gli "Arcani", feci tagliare il mazzo a Viola, che mi guardava assorta e divertita, non aveva smesso un istante di osservarmi attenta in tutto il cerimoniale che precede la lettura, e si era
assoggettata al tutto con spirito positivo e senza nessun preconcetto.
Stava lì, davanti a me serena e distesa, sollevò una metà del mazzo con le dita esili e forti della mano sinistra...e il mistero cominciò a rivelarsi ai nostri occhi!
Il passato doloroso della sconfitta e della delusione mai guarita della perdita di "Massimo", l'uomo che amava lei... e la montagna. Questo amore adultero, con un'amante che non perdona la
promisquità, che recise di netto tutti i loro sogni, le loro speranze di una vita insieme, che li divise con l'unica cosa che poteva dividerli "La Morte". La Morte, "l'Arcano senza nome", il tredicesimo sigillo, misterioso nel suo significato alchemico di trasformazione, terribile, perchè senza emozioni taglia col passato separa i vivi dai morti, l'uomo dalla sua opera, i re dal loro trono e compie fatalmente così...il destino di ognuno.
- Non puoi continuare a vivere così...- le dissi, - Ti stai negando la vita, non puoi esistere nel passato, è al futuro che devi guardare. Massimo è stato per te il primo grande amore, ma l'Universo ha voluto che non fosse l'unico, dovrai amare ancora. Massimo non avrebbe mai smesso di andar per monti...pensa se fosse morto dopo il vostro matrimonio quando magari c'erano dei bambini...-
Smisi immediatamente di parlare, quando realizzai che non mi poteva più ascoltare, vidi le lacrime affiorare copiose agl'occhi neri di Viola, riempirli colmandoli e con un minuscolo salto tracimare dalle palpebre, copiose e limpide senza quasi bagnare le sue guance abbronzate dal sole delle pareti.
Si alzò dalla sedia dello studio illuminato solo dalla morbida luce delle candele rituali, che potenti ardevano sui loro candelabri. La sua ombra alta, superava la parete e stagliava il suo contorno anche sul soffitto, rimasi a guardarla serio, mi pareva diventata enorme...altissima, allungò la sua mano e sfiorando la mia disse:
- Grazie, Mirco...sei un'anima buona...Sai, è da allora...Cioè, da quando Massimo è morto che non piangevo. Non ho pianto nemmeno quando hanno messo sotto terra quel che rimaneva di lui. Sua mamma aveva persino pensato che io non gli volessi bene...Ma non ci riuscivo, il dolore era così grande che non sono più riuscita a sfogarlo...Grazie! Tu e Manu siete come miei fratelli, non vi dimenticherò mai!-
Uscì dallo studio, e chissà perchè non ebbi il coraggio di seguirla subito, rimasi lì seduto per non so quanto tempo, poi mi alzai e uscito dalla stanza vidi che abbracciata Manuela che piangeva anche lei perchè si era resa perfettamente conto della situazione, uscì di casa e si fece inghiottire dalla notte che sembrava fosse lì ad aspettarla come un paziente cocchiere, per riportarla a
casa. Da allora non la vedemmo più, non ci furono più serate in sua compagnia, al telefono non rispondeva oppure rispondeva la segreteria del suo cellulare che era quasi sempre spento. Dopo un po' di tempo non la cercammo più, io e Manuela non eravamo arrabbiati, capivamo perfettamente la situazione, anche se non condividevamo il suo atteggiamento così troppo rassegnato. Proprio con Manuela però, una sera parlando di Viola, volemmo interrogare "le Lame" per vedere come stava, se qualcosa in lei era cambiato o se tutto era come sempre. Interrogammo perciò i "Tarocchi", che credo non si espressero mai con toni così lugubri e con così tanti simboli negativi come
allora. In quei casi, per evitare responsi fallaci, sono solito interrompere la divinazione, e riproporre la domanda il giorno dopo, quando lo spirito si è di nuovo calmato. Ma anche al mattino seguente le carte non erano cambiate di molto. Ero agitato e anche Manuela lo era.
Una sera in particolare verso i primi di Aprile prima di addormentarci, io Manuela accendemmo una candela a
favore di Viola, recitammo delle formule affinchè il suo cuore trovasse pace e da quel momento, cercammo di dimenticarla. Ma durante la notte un sogno o forse un incubo mi svegliò di soprassalto e madido di sudore; sognai che stavo percorrendo una sottile cresta di di neve ghiacciata da una parte e dall'altra il vuoto assoluto che si perdeva verso l'enorme baratro, ed in alto il cielo, terso e limpido da far male. Ad un certo punto la perfezione di questa visione fu interrotta dal grido agghiacciante di una donna, un grido tremendo, acuto, disperato, che lacerò il silenzio e che sollevò un immensa nuvola di neve spaccando la sottile crosta ghiacciata, facendomi precipitare nell'abisso. Il mattino dopo riprovammo al cellulare e poi ancora al telefono di casa, rispose una voce maschile dal tono profondo e dall'accento tipicamente Feltrino:
- Pronto...-
- Buogiorno, sono Mirco scusi per il disturbo, cercavo Viola...sono uno che arrampica con lei...-
- Viola?...Viola non c'è...-
- Ho capito, ma siccome l'ho cercata tanto...E' da un mese che provo e che riprovo...lei, mi perdoni se glielo chiedo è un parente?...-
- Il fratello....- Rispose laconica ma gentile la voce.
- Il fratello? Ah! meno male, mi sento un pò sollevato, almeno lei...senta non mi dica sgarbato se le chiedo di riferire a Viola che...- Ma non ebbi modo di terminare la frase che il vocione dapprima molto gentile, mi interruppe senza tanti complimenti.
- Viola è morta...-
- Come morta!- Risposi di gola, quasi offeso, risentito per quella forma violenta di dir le cose; mi calmai subito, non ravvisando intenzionalità nel mio interlocutore...ero incredulo, attonito, non riuscivo a mettere insieme o far ordine in me stesso. La rivedevo appoggiata al pino la prima volta che la incontrammo, il sorriso da bambina, le lacrime dell'ultima volta che la vedemmo, Manuela che l'abbracciava e lei che fuggiva via...la porta di casa aperta come un buco nero...Un foro nero come un pozzo senza fine, era così che mi sentii.
-C...come è successo?- chiesi ricacciando indietro un urlo dalle viscere profonde del mio essere.
- Mmmm...- riprese il vocione prudente,
- Tu sei Mirco, il veneziano che arrampica...-
-Sì...- risposi con un respiro.
- E' morta sabato, sul Bianco. Una cresta ha ceduto...fà troppo caldo in
montagna...Non è normale! E' stato una disgrazia! Non abbiamo potuto far nulla eravamo sul facile, chi poteva prevedere. Ah! sto tempo ci ucciderà tutti...-
- Già...- risposi - Ci ucciderà tutti...io in questo momento,...lo sono già-
Ci salutammo entrambi, fingendo di essere dei veri uomini, in realtà avevamo entrambi un nodo alla gola che ci impediva di proseguire la conversazione.
Cercai di immaginare come poteva essere il suo volto adesso, nel freddo profondo di un crepaccio, pensavo che forse avrebbe avuto freddo, che forse tremava dal terrore in quel luogo strano e sinistro, cercavo di immaginare a cosa avrebbe potuto pensare nel momento che la lastra di ghiaccio si staccava da sotto i suoi piedi rivelando l'orrore della morte...Non mi accorsi che ero diventato pallido come uno spettro, Manuela mi si avvicinò in silenzio, scivolò dietro di me per avvolgermi fra le sue braccia...Era calda, morbida, sentivo il suo amore...Dio solo
sà, quanto bene mi faceva quell'abbraccio, ancora oggi la ringrazio.
-E' andata via...- Le dissi - E' ritornata da Massimo...-
Mi ricordo che entrambi piangemmo coi singhiozzi, come bambini. Riprendemmo ad arrampicare dopo un periodo, in cui nessuno più aveva il coraggio anche solo di nominare termini tecnici o luoghi di arrampicata o di montagna. Ci svegliammo semplicemente un mattino assolato, preparammo i sacchi, caricammo corde, rinvii e scarpe e partimmo, senza nemmeno porci una meta. Da quel giorno cercai di dimenticare, anche se...di tanto in tanto, magari quando guardo il sole al tramonto, oppure al mattino presto, quando ancora il mondo dorme, sento ancora quel grido lacerante, riecheggiare in tutta la sua disperazione qui ...dentro di me, quasi a testimonianza di un' esistenza esistita, di un amore amato e mai morto, di un'anima che cercava l'altra, ma che soltanto col distacco dalla vita, ha potuto trovare l'amore
e...la pace...
Dedicato a Viola e Massimo, nella certezza che
adesso, finalmente, siete felici!
Mirco e Manu
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